La contessa Matilde von Thurn und Taxis non amava i brillanti rotondi. Li trovava prevedibili, quasi volgari nella loro perfezione matematica. Quando nel 1927 commissionò a un gioielliere di Vienna un anello per il suo fidanzamento, chiese qualcosa che nessuna delle sue amiche avesse mai visto: una pietra che sembrasse un’arcata di ponte, una curva che sfidasse la rigidità dei tagli tradizionali. Nacque così il taglio a sella, una variante rarissima del taglio a cuscino, con i lati lunghi leggermente concavi e il profilo che ricorda la sella di un cavallo. Oggi questa forma è tornata nei laboratori delle grandi maison, non come revival nostalgico, ma come risposta contemporanea alla ricerca di geometrie insolite.
La meccanica della luce curva
La peculiarità del taglio a sella sta nel modo in cui gestisce la rifrazione. Le faccette laterali, invece di essere parallele come nel taglio smeraldo, sono leggermente inclinate verso l’interno, creando un effetto che i gemmologi chiamano “canale di luce”. Quando la pietra è montata su un anello, la luce entra dalla corona e viene deviata verso i bordi concavi, producendo un bagliore che sembra scorrere lungo la superficie come acqua in un ruscello. Non è un taglio per pietre timide: richiede materiali di altissima qualità, perché qualsiasi inclusione nella zona centrale diventa visibile come una crepa in una lastra di ghiaccio. Gli zaffiri del Kashmir, con la loro vellutata intensità, sono tra le poche gemme che sopportano questa esposizione senza perdere mistero. Anche gli spinelli rossi della Birmania, grazie alla loro purezza quasi artificiale, si prestano magnificamente a questa geometria.
Il taglio a sella non si limita agli anelli. Negli ultimi anni, i grandi laboratori di alta gioielleria lo hanno adottato per orecchini pendenti e pendenti, dove la concavità laterale permette alla pietra di incastonarsi in montature che ne esaltano il movimento. Un pendente con una sella di zaffiro giallo dello Sri Lanka, sospeso su una catena a maglie sfalsate, crea un gioco di luci che cambia a ogni passo di chi lo indossa. Non è un gioiello statico: vive nel gesto, nella torsione del collo, nel movimento delle mani. Per questo i gioiellieri lo consigliano a chi cerca un pezzo che racconti una storia personale, non una semplice decorazione.
L’oro come complice: montature che abbracciano la curva
La vera sfida del taglio a sella è la montatura. Le griffe tradizionali, progettate per pietre dalle linee rette, non riescono a seguire la concavità laterale senza creare spazi vuoti o tensioni sulla gemma. I maestri orafi risolvono il problema con una tecnica che viene dal Giappone, il koshi-himo, che consiste nel creare una rete sottilissima di fili d’oro che avvolge la pietra come un tessuto. Con l’oro giallo 18 carati, questa rete diventa quasi invisibile, lasciando che sia la pietra a parlare. Con l’oro rosa, invece, la montatura aggiunge una nota calda che esalta le sfumature aranciate degli zaffiri padparadscha. L’oro bianco, infine, funziona meglio con le pietre fredde come gli acquamarini o i topazi blu, creando un insieme che ricorda un cielo invernale.
In un atelier di Valenza, ho visto un anello con una sella di demantoide, quella grenade verde che in pochi conoscono. Il gioielliere, un uomo sulla settantina con le mani segnate dal lavoro, mi spiegò che la montatura era stata costruita come una sella vera: due arcate di platino che si incrociano sotto la pietra, lasciando il fondo libero. “La luce deve passare sotto”, disse, “altrimenti la pietra muore”. Quelle parole mi hanno accompagnato per anni. Un gioiello con taglio a sella non è mai un oggetto da cassaforte: chiede di essere indossato, di essere esposto alla luce del giorno, di essere guardato da ogni angolo. Solo così rivela la sua doppia natura: da una parte la rigida geometria del taglio, dall’altra la morbidezza di una curva che sembra fatta per il dito.
Consigli per chi cerca un pezzo con questo taglio
Se siete attratti da questa forma, iniziate guardando i lavori di alcuni gioiellieri indipendenti europei che hanno fatto del taglio a sella la loro firma. Cercate pietre con un indice di rifrazione alto, come lo zaffiro o lo spinello, perché la concavità laterale tende a “assorbire” la luce nelle pietre più morbide come l’opale. Verificate che la montatura lasci passare la luce da sotto: se il castone è chiuso, il taglio perde tutta la sua magia. E non abbiate paura di chiedere di vedere il gioiello su una mano: la sella è un taglio che dialoga con l’anatomia, e la stessa pietra può sembrare completamente diversa su un dito lungo piuttosto che su uno corto.
Per un regalo indimenticabile, pensate a un pendente a sella con una singola pietra, magari un rubino birmano non trattato, sospeso a una catena di 45 centimetri. È un pezzo che non grida, ma sussurra: chi lo vede da vicino si chiede cosa sia quella forma insolita, e chi lo indossa scopre ogni giorno un nuovo riflesso. In un’epoca di gioielli prodotti in serie e di tagli standardizzati, la sella è una scelta di carattere, un omaggio a un’epoca in cui l’alta gioielleria era un’avventura personale. Non è un taglio per tutti: ma per chi lo sceglie, diventa una firma invisibile che racconta il suo gusto senza dire una parola.





